Moba ROG primi della classe - Intervista a Gale

Moba ROG primi della classe - Intervista a Gale

La prima storica vittoria dei Moba Rog nella scena competitiva italiana ha indubbiamente un'importanza duplice. Da una parte la certezza che i trofei non sono appannaggio di pochi team: è il quinto vincitore dell'ESL Vodafone Championship da quando esiste la competizione, compresa la vecchia ESL Italian Championship. Dall'altra la conferma che con la giusta programmazione e preparazione si possono raggiungere risultati inattesi. È quanto successo ai MOR che si sono trasformati da un team composto da singole individualità in una vera squadra, grazie anche e soprattutto al lavoro dietro le quinte, spesso ignorato, del coaching staff.

Per comprendere meglio quale sia stato realmente il valore del lavoro invisibile abbiamo intervistato il coach dei MOBA ROG, Andrea "Gale" Galeati.

Il team MOBA ROG non è mai riuscito a brillare fino alla finale di una competizione: come ti senti a essere stato il primo a raggiungere questo traguardo?

Sono veramente contento dei risultati che la squadra è riuscita a ottenere e del lavoro svolto con i giocatori,sia individuale che collettivo. Sono molto felice di essere stato il primo a portare i MOBA ROG ad alzare il primo trofeo della loro storia. Augurandomi e augurando loro che sia soltanto il primo di molti.

Qual è stato l’aspetto più difficile nella gestione di un team dalle forti individualità?

L’aspetto più difficile è sicuramente quello di riuscire a creare con ciascuno di essi un legame di fiducia e di rispetto. Il player deve avere rispetto della figura dell'allenatore ma allo stesso tempo è necessario essere una persona con cui il giocatore può sentirsi libero di parlare dei suoi problemi. In questa maniera si otterrà un ambiente di lavoro più sereno, in cui i giocatori si sentiranno più liberi di esprimere le proprie opinioni.

Com’è stato l’approccio iniziale con i giocatori? E come è cambiato durante il campionato?

Fin dall’inizio mi sono trovato bene con tutti i giocatori. Ovviamente ognuno aveva un carattere molto diverso dagli altri ma ero sicuro che sarei riuscito a creare un legame, con tempistiche diverse, con ciascuno di loro. Durante il campionato il nostro legame si è rafforzato partita dopo partita. Ci sono state numerose difficoltà durante lo split, non lo nego, ma le abbiamo sempre superate come un team, uscendone sempre più uniti di prima. Il rapporto attuale con i giocatori è esattamente quello che speravo di ottenere: loro si fidano di me e io mi fido di loro. Siamo riusciti a creare degli ottimi legami che sicuramente dureranno anche in futuro a prescindere dal ritrovarsi o meno nello stesso team.

Guubi, il vostro nuovo botlaner, è stata una vera sorpresa: te lo aspettavi?

Assolutamente si. Fin dai primi tryout avevo capito che Guubi era un giocatore con tantissima creatività e un enorme estro, due qualità che, con un support come Click ad accompagnarlo, possono soltanto risplendere. Dopo le prime partite di allenamento ho immediatamente capito che la forza di Guubi risiede nella sua ampia conoscenza di molti campioni e nelle sue ottime meccaniche. Ho così da subito iniziato a lavorare con campioni più singolari, immaginando che quella sarebbe stata la possibile carta vincente del team.

Parliamo della finale. Su cosa avete avuto bisogno di prepararvi maggiormente?

Credevamo nelle nostre capacità e nel gioco,sapevamo che se fossimo riusciti a portare in campo le nostre draft e il nostro stile avremmo fatto bene. Durante le settimane precedenti ci siamo principalmente preparati a studiare gli OP e il loro gioco per trovare delle strategie che li mettessero in difficoltà. Sapevamo che, se li avessimo lasciati  impostare la loro strategia, sarebbero diventati molto pericolosi. Abbiamo fatto di tutto per obbligare gli OP a giocare uno stile che non fosse il loro sia in draft che in campo.

Quando vi siete resi conto che la vittoria era effettivamente alla vostra portata?

Non vorrei risultare presuntuoso ma fin dalla prima giornata noi eravamo consci delle nostre capacità e del nostro potenziale. Sapevamo di essere in grado di riuscire a vincere la competizione impegnandoci e lavorando come squadra. Questo pensiero ci ha unito moltissimo fin dai primi allenamenti. Avere un obbiettivo comune in cui credere penso sia una cosa molto importante, se non fondamentale per ogni team.

Cosa ne pensi in generale della scena competitiva italiana di League of Legends? A che livello siamo secondo te?

Questa è una domanda molto complicata. Mi reputo una persona molto ottimista ma non mi sta piacendo la strada che sta percorrendo la scena italiana. Abbiamo moltissimi giocatori giovani di qualità a cui manca un’effettiva esperienza per poterli schierare nelle competizioni principali. Siamo così costretti ad affidarci moltissimo a giocatori stranieri per la crescita della scena competitiva. Sia chiaro: sono assolutamente a favore dell’entrata in massa di quest’ultimi però, a causa della mancanza di una lega intermedia che colleghi tornei come EVC e Academy League, si crea un riciclo degli stessi giocatori con massimo un nuovo nome italiano a split  e con una continua entrata di soli import. In questa modo il livello della lega Italiana continuerà a crescere, ma non dei giocatori Italiani creando una differenza sempre più tangibile tra gli import e quest’ultimi. In questo momento, la metterei sotto le altre principali leghe europee coscienzioso, però, che il livello della Lega crescerà ma che diminuiranno sempre di più i nomi Italiani nella competizione.

Quale futuro vedi per i giocatori che hai avuto quest’anno? Dove potrebbero arrivare?

Penso che tutti i giocatori del MOBA ROG potrebbero tranquillamente arrivare a livello europeo. Hanno tutti delle ottime qualità e sono anche molto ambiziosi. Spero, per tutti loro, che questo sia solo l’inizio per un futuro in una lega europea più importante: un traguardo che meritano.

Quale futuro, invece, per te? Quali sono le tue ambizioni?

So di essere considerato ancora da molte persone come un ‘’novizio’’ dell’ambiente. Pertanto mi piacerebbe, come futuro a breve termine, riuscire a dimostrare a tutti nel prossimo split che il mio non è stato un fuoco di paglia. Vorrei cercare di affermarmi nella realtà italiana facendo una buona stagione il prossimo anno, continuando a imparare e migliorare. In futuro mi piacerebbe vivere di questo mestiere. Sono una persona molto competitiva che si impegna sempre al 100% e mi auguro, un giorno, di arrivare a competere in Europa. Indicativamente nel giro di un anno. 

Si parla spesso di giocatori ma qual è la situazione dei coach italiani? E quanto sono distanti da quelli europei? 

Il problema dei coach Italiani,attualmente, è il loro ego. Credono di essere riusciti ad arrivare ad un livello tale che non è più necessario imparare da altri allenatori della stessa competizione; passando così una buona parte del tempo a schernire gli errori altrui invece di concentrarsi sui propri punti deboli e sistemarli. Questa situazione rende l’Italia una sorta di isola felice in cui noi allenatori, viviamo beati senza renderci conto di quanto in realtà quell’isola sia piccola nel mondo dell’esports. Una parentesi che vorrei aprire: ‘’cosa fa effettivamente un coach?’’. Un allenatore di una squadra di esports dovrebbe aiutare il team e i singoli a crescere, sia caratterialmente che nel gioco. Ovviamente è importante saper fare le draft,oltre a saper ridere e scherzare in compagnia dei propri giocatori. Queste per me sono cose fondamentali che purtroppo molto spesso ci dimentichiamo. Un coach dovrebbe essere una persona completa al 100% che riesce a seguire queste attività tutte allo stesso modo. Gli allenatori europei, prendo in considerazione i coach provenienti dalle tre leghe maggiori, ovvero Francia, Germania e Spagna, hanno la fortuna che sono costretti fin da subito a scontrarsi con allenatori ben più esperti di loro e con molta più conoscenza del gioco. Questo li porta a non perdere mai di vista il passo successivo, come si usa in gergo: "the next step", costringendo così gli allenatori a dare sempre il massimo.

Articolo a cura di Francesco "Deugemo" Lombardo

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